Chiedere verità e giustizia è un atto dovuto. Bisogna farlo sempre, non a intermittenza e per convenienza.
La vita non è risarcibile. Il dolore dei genitori delle giovanissime vittime del rogo di Capodanno è inestinguibile, ma può essere fecondato a beneficio di chi resta, come colpevolmente non è stato fatto nei loro confronti.
Le magistrature svizzera e italiana accerteranno le responsabilità e sanzioneranno i responsabili in tempi non prevedibili, ma questo non basta.
Se la causa principale di quanto accaduto risiede nella volontà di massimizzare il profitto con ogni mezzo, è evidente che questo approccio “imprenditoriale” oltrepassa i confini del Paese in cui la tragedia si è verificata. Va oltre il singolo caso, il singolo settore e la singola fattispecie.
È crudele e impressionante morire a Capodanno, divorati dal fuoco in luoghi concepiti per la gioia di vivere, in un Paese che nell’immaginario collettivo “funziona” come pochi.
La strage della Lanterna Azzurra di Corinaldo, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2018, è più viva che mai nella nostra memoria. Il problema è sempre lo stesso: autorizzazioni facili, controlli mancati.
«Provo una rabbia immensa», ha dichiarato Fabio Fabini, padre di Emma, una delle giovanissime vittime della calca che si scatenò in quel locale, dopo aver appreso la notizia di quanto accaduto a Crans-Montana. Senza adeguati controlli, anche le buone leggi servono a poco.
La “contabilità dei morti” e le circostanze sono diverse, ma sempre riconducibili all’infedeltà di chi non effettua e non fa effettuare i controlli con il dovuto rigore professionale, di chi rilascia autorizzazioni con leggerezza.
Riecheggiano termini uditi recentemente nel dibattito parlamentare: autocertificazione, silenzio-assenso per eseguire lavori di ristrutturazione, semplificazione, “burocrazia soffocante”. Una retorica che serve solo a coprire il fastidio per i controlli.
Certo, bisogna lavorare per rafforzare la “cultura della sicurezza”, ma affinché essa non si traduca in una fuga dalle responsabilità imprenditoriali e dalla necessaria collaborazione interistituzionale, come la sicurezza richiede, i controlli devono essere sistematici, periodici e credibili.
Controlli veri, non per finta. Quelli con preavviso offendono il buonsenso.
Come ha fatto il governo in carica introducendo l’obbligo, per gli organi di vigilanza, di avvisare le imprese con almeno dieci giorni di anticipo, mediante il Decreto legislativo n. 103 del 12 luglio 2024 (cosiddetto “Decreto Semplificazioni”).
Un obbligo incoerente e beffardo, che allenta e non rafforza la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.
I ragazzi morti non si possono riportare in vita, ma proprio per questo la giustizia nei loro confronti deve tradursi in un rafforzamento della prevenzione in ogni luogo di lavoro, con particolare attenzione a quelli che corrispondono a pubblici esercizi.
La salute e la sicurezza dei cittadini e dei lavoratori non possono essere considerate una variabile dipendente dal profitto.
«Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Le responsabilità devono essere individuate e perseguite», ha dichiarato in Conferenza stampa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Peccato che dichiarazioni simili non si registrino con la stessa nettezza nei confronti dell’“operaicidio” che in Italia miete tre morti al giorno – 4.442 nel triennio 2022–2024 – frutto di pratiche imprenditoriali irresponsabili e di carenze istituzionali.
Il rischio, a riflettori spenti, è che si preferisca far finta che la tragedia di Crans-Montana riguardi solo la Svizzera e la magistratura. In realtà ci coinvolge e ci interroga, non solo sul piano emotivo.
Se nel locale teatro della tragedia non venivano effettuati controlli dal 2020, come riconosciuto dal sindaco del Comune, è doveroso chiedersi in quante imprese e cantieri a rischio, in Italia, non vengano effettuati controlli adeguati a una reale prevenzione. Da dove scaturiscono i tre morti al giorno e tutto ciò che c’è dietro?
Sicuramente anche da un inadeguato coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori, e da un modo di intendere l’impresa e l’economia come qualcosa di avulso dal contesto sociale, che vede i cittadini solo come consumatori e i lavoratori come “subordinati” all’ottimizzazione del rapporto produttività–fatturato–ore lavorate–numero di addetti–retribuzione.
Si trasfigura così la legittima attesa di un utile proporzionato all’investimento in un imperativo categorico: risparmiare sui lavoratori e sulla prevenzione pur di realizzare un’elevata redditività dell’impresa.
Un’economia distorta che prova a trarre profitto da tutto – come l’ha definita Leone XIV in occasione della chiusura del Giubileo della Speranza – promuove consumi e consumismo, ma consuma l’anima sociale del lavoro e produce guasti che stanno anche alla base del tragico Capodanno 2026 di Crans-Montana, e di tante altre simili, che uccidono, feriscono, mutilano, stressano e ammalano migliaia di persone.
Un’umanità sofferente, speculare a una gaudente imprenditorialità che talvolta semina vento e raccoglie tempesta, ma più spesso fa pagare il conto alle lavoratrici e ai lavoratori, ai cittadini ridotti a consumatori, alla collettività chiamata a riparare i danni prodotti.
Non è di questo modello di sviluppo e di impresa che abbiamo bisogno per dare un futuro alle nuove generazioni.
C’è chi racconta il mondo e chi prova a cambiarlo. A noi spetta fare entrambe le cose, con lo stesso spirito di verità e giustizia che oggi chiediamo per le ragazze e i ragazzi morti a Crans-Montana e per quelli ancora ricoverati negli ospedali.
La speranza non è un esercizio retorico, ma una responsabilità. Potrà germogliare solo se sapremo entrare con la testa e con il cuore in questa ennesima tragedia, trasformandola in occasione di rigenerazione economica e sociale, perché il dolore non resti sterile e il futuro sia migliore del molto problematico presente.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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