Non esistono guerra, economia e lavoro come ambiti separati: sono lo stesso problema che, ogni volta, si scarica sulle condizioni materiali delle persone.
E, per chi non vive di solo pane, le guerre offendono pesantemente anche i valori immateriali che ci rendono esseri umani senzienti, in grado di immedesimarci nel dolore degli altri, di rifiutarlo e condannare chi cinicamente lo produce
Tutte le guerre sono devastanti; alcune presentano premesse e scopi particolarmente regressivi e spaventosi rispetto a quanto di buono la storia ha prodotto.
Il recente referendum ha risvegliato l’interesse per la Costituzione italiana, la quale era e rimane il presupposto che, di generazione in generazione, orienta lo sviluppo, regola la convivenza e detta le condizioni per aderire a organismi internazionali che promuovono pace e cooperazione.
Una parte del merito va sicuramente ai giovani che hanno capito l’interdipendenza tra i tanti problemi che assillano persone e popoli.
Adesso è importante mantenere vivo questo interesse sulle ricadute dell’ennesima crisi nella vita delle persone che vivono di lavoro, pensione e redditi che si riducono quanto più aumenta l’inflazione reale.
Le guerre non finiscono con le tregue: continuano nei salari bassi, nel lavoro povero, nei consumi alimentari, nelle bollette e nel costo del carburante.
Ora si parla di tregua — temporanea, incerta e contraddittoria, aggressiva e minacciosa — comunque positiva; ma intanto sul terreno sono rimaste tante vittime e la crisi petrolifera ha fatto aumentare il costo della vita.
La direttrice del Fondo Monetario Internazionale ci ha fatto sapere che “gli effetti della guerra proseguiranno nel tempo e che, nella migliore delle ipotesi, le aspettative sulla crescita mondiale verranno riviste al ribasso”.
Per le stesse ragioni, l’Italia difficilmente uscirà dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo e, se rischia di andare in recessione, lo deve al fanatismo reazionario di alcuni capi di governo di Paesi che risultano nostri “alleati” e ci minacciano pure se non li assecondiamo.
Non è l’alleanza che ci danneggia, è il modo di starci dentro.
La tregua è un’occasione, ma non è attesa passiva. Come ci starà dentro l’Italia?
Cosa aspetta il governo a prendere le distanze da chi ammazza persone quotidianamente?
Da ebreo, lo scrittore americano Safran Foer sostiene che “tra Trump e Netanyahu, l’uno giustifica i peggiori istinti dell’altro” e che “oltre ai valori, questa America ha perso anche il senso della vergogna”, unitamente a quanti appoggiano attivamente o passivamente i disastri che si stanno riversando sul mondo intero.
Che fine ha fatto il sostegno alla battaglia universale “Donna, vita, libertà”, che simboleggia la lotta per i diritti umani, l’uguaglianza, la democrazia e l’autonomia delle donne?
È diventato un inno internazionale di resistenza contro ogni forma di oppressione. L’Italia non ha nulla da dire e da fare?
Vedremo se, nella gestione della crisi iraniana, le donne che resistono al regime degli ayatollah avranno sostegno o saranno abbandonate al loro destino. Vedremo che fine farà la Premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, perennemente in carcere, in numerosa compagnia.
Come agirà l’Italia in seguito a quest’ultima crisi internazionale dipenderà anche dalle pressioni dal basso, da quanto e da come “ci faremo sentire”.
I lavoratori hanno diritto a una retribuzione “comunque sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa”, come troppo spesso non avviene.
Nel suo discorso in Parlamento del 9 aprile, Giorgia Meloni ha parlato vagamente di “nuove regole contro il lavoro povero”, ma sappiamo con certezza che più volte si è scagliata contro il salario minimo, che adesso il suo governo tenta di respingere nuovamente con la cosiddetta retribuzione “giusta ed equa”, per coprire le malefatte della pirateria contrattuale.
Non mi piace personalizzare, ma ci sono occasioni in cui ciò di cui si parla è strettamente legato a chi se ne occupa con ostinazione degna di miglior causa.
È il caso della Ministra del Lavoro e delle “politiche sociali”, Marina Calderone, di professione consulente del lavoro, e del suo sottosegretario Claudio Durigon, già segretario generale della UGL.
L’una e l’altro si comportano da nemici dei lavoratori: a loro si deve la strenua difesa dei sindacati di comodo, specializzati in “accordi” che di sindacale non hanno niente.
Anche in questo caso si ostinano a interpretare in modo volutamente opposto la lettera e lo spirito dell’art. 39 della Costituzione sulla libertà sindacale, al solo fine di svendere salario e diritti, salute e sicurezza delle persone alle quali si applicano contratti low cost, come se la “padronale” concorrenza al ribasso sulle persone fosse un merito e non quanto di più antisindacale.
Dicono ai giudici che devono applicare la legge e non interpretarla, e sono i primi a interpretare liberamente la legge fondamentale dello Stato.
Pluralismo e libertà sindacale giammai si possono interpretare come nulla osta al taglio delle retribuzioni e dei diritti dei lavoratori. Il solo pensarlo è offensivo.
Mi auguro che saremo smentiti; allo stato, la Ministra e il Sottosegretario sono i maggiori responsabili istituzionali del mancato adeguamento delle retribuzioni dal basso verso l’alto.
Questa volta, benché tuttora contraria al salario minimo di legge, anche la CISL reagisce negativamente all’ipotesi ventilata dal governo di legittimare i contratti pirata.
La segretaria generale Fumarola dice: “giù le mani dalla buona contrattazione”, ma non si rende conto che la legge è la via maestra per farla diventare di fatto erga omnes.
Impossibile per una confederazione storica degna di questo nome opporsi a un simile esito, che, a partire dal basso, alzerebbe le retribuzioni di tutti/e e che, al dunque, è la vera ragione di chi si oppone.
La tregua non riguarda solo le armi: riguarda il prezzo che lavoratori e lavoratrici continueranno a pagare.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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