La verità non si baratta
Giulio Regeni è uscito dalla vita ed è entrato nella storia.
La sua voce non si è spenta come avrebbero voluto i suoi aguzzini e coloro che hanno tentato di occultarne le responsabilità. È diventata il simbolo di una domanda universale di verità, giustizia e libertà.
La ricerca che Giulio stava svolgendo al Cairo sui sindacati indipendenti ha assunto, dopo la sua morte, un significato che travalica i confini universitari. La sua vicenda è diventata il paradigma di una battaglia che riguarda tutti: la difesa della dignità umana contro l’arbitrio del potere.
Esistono giovani vite che la violenza tenta di interrompere e che invece finiscono per diventare coscienza collettiva e punti di riferimento per le generazioni future.
Un secolo fa, un giovane di venticinque anni, Piero Gobetti, moriva a Parigi in seguito alle aggressioni subite dagli squadristi fascisti. Nel 2016, a ventotto anni, Giulio Regeni veniva sequestrato, torturato e ucciso nel contesto repressivo dell’Egitto contemporaneo.
L’accostamento tra queste due figure non intende sovrapporre vicende storiche profondamente diverse. Esso richiama piuttosto la comune traiettoria morale di giovani intellettuali che hanno scelto di esercitare il proprio pensiero critico in contesti ostili alla libertà.
Gobetti studiava e scriveva per difendere l’autonomia della coscienza civile. Giulio cercava di dare voce alle condizioni di vita e di lavoro di coloro che, in una società segnata dall’autoritarismo, faticavano a trovare rappresentanza. Nessuno dei due impugnava armi. Entrambi confidavano nella forza della conoscenza, dello studio e della parola.
La minaccia del pensiero critico
La storia di Giulio ci ricorda che per ogni sistema autoritario il pensiero indipendente rappresenta una minaccia da reprimere, come in parte, purtroppo, si sta facendo anche nelle democrazie malate dell’Occidente.
Democrazie che pur tuttavia sono di qualità incommensurabilmente superiore, come dimostra il processo a carico dei suoi torturatori che si è svolto a Roma, senza la collaborazione del governo egiziano.
Durante la sua requisitoria finale, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha espresso con particolare efficacia il significato profondo di quanto accaduto:
«Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Giulio fu privato della sua stessa condizione di essere umano».
Queste parole descrivono il nucleo della vicenda Regeni: la negazione radicale della persona che si conclude con il suo omicidio.
È proprio in casi come questo che emerge il valore dei principi fondamentali delle democrazie costituzionali. L’articolo 2 della Costituzione italiana riconosce e tutela i diritti inviolabili dell’uomo; il diritto internazionale considera il divieto di tortura un principio assoluto, non derogabile in alcuna circostanza. Nessuna ragione politica, militare o diplomatica può giustificare la riduzione di un essere umano a semplice oggetto di dominio.
Di fronte a queste diffuse violazioni che colpiscono migliaia di studenti, giornalisti, ricercatori, sindacalisti e attivisti in diversi paesi del mondo, si manifesta spesso la tentazione di subordinare la tutela dei diritti umani agli interessi economici o geopolitici. Ovvero: la ragion di Stato contro i diritti delle persone.
Nel caso Regeni, per anni si è ostacolata sistematicamente la ricerca della verità. Ma la dignità della persona non può essere trattata come una variabile dipendente delle relazioni internazionali. Una democrazia misura il suo stato di salute se resta fedele a se stessa anche nei casi più difficili e scomodi.
L’ostinazione delle prove contro il rumore
Se il nome di Giulio continua a essere pronunciato nelle università, nei tribunali, nelle piazze e nelle istituzioni, lo si deve alla straordinaria mobilitazione civile. Alla tenacia dei suoi genitori, Claudio e Paola Regeni, all’infaticabile impegno dell’avvocata Alessandra Ballerini e di quanti hanno sostenuto la ricerca della verità, con una delle più significative esperienze di cittadinanza attiva degli ultimi anni. Per chiedere soltanto ciò che ogni Stato di diritto deve garantire: accertamento dei fatti, responsabilità e giustizia.
In un tempo dominato dalla comunicazione istantanea e dalla polarizzazione, questa scelta ha assunto un valore esemplare. Alla propaganda hanno opposto la documentazione. Ai depistaggi hanno opposto le prove. Al rumore hanno opposto la perseveranza.
La nascita di una giurisprudenza della dignità
Il processo celebrato a Roma nei confronti di quattro appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani costituisce un passaggio di eccezionale rilevanza giuridica.
Per anni si è ritenuto che l’assenza di collaborazione da parte delle autorità egiziane rendesse impossibile qualsiasi accertamento processuale effettivo. La mancata comunicazione dei domicili degli imputati sembrava destinata a paralizzare definitivamente il procedimento.
Eppure l’ordinamento italiano, anche grazie alle pronunce della Corte Costituzionale, ha dimostrato il contrario, e già questo è un risultato straordinario. I principi del “giusto processo” sanciti dall’articolo 111 hanno trovato una concreta applicazione anche in una situazione straordinariamente complessa, ma il suo svolgimento va oltre il singolo caso. Si afferma che la dignità umana non cessa di essere tutelabile quando incontra i confini della sovranità statale o l’ostruzionismo dei suoi apparati.
Un precedente di grande rilievo che dimostra quanto sia importante continuare a lottare anche quando le condizioni politiche sono avverse e sembra impossibile raggiungere determinati obiettivi.
Nel processo per rendere giustizia a Giulio Regeni, e con lui alla dignità di ogni essere umano, si afferma e si conferma, a proposito di indipendenza della magistratura, che nessuno è al di sopra della legge.
In questo senso si può parlare di una vera e propria giurisprudenza della dignità umana.
Lo Stato di diritto nasce per tutelare la persona dal potere, non per tutelare il potere dalla persona.
Nessuno si illude, ma intanto siamo dentro una preziosa eredità che appartiene a tutti.
I cantori della libertà
Giulio non tornerà più, eppure resterà per sempre. La sua storia continua a trasmettere un messaggio che supera il dolore della perdita. Ci ricorda che il diritto di studiare, viaggiare, ricercare, osservare e porre domande non è una concessione del potere. È una componente essenziale della libertà umana.
I diritti fondamentali non sono formule astratte. Sono il presidio che protegge ogni individuo dall’arbitrio, la condizione che rende possibile una convivenza autenticamente democratica. Finché ci sarà qualcuno disposto a pretendere verità senza cedere all’indifferenza, la sua vicenda continuerà a interrogarci.
Come accade per le figure che segnano il cammino civile di una comunità, il suo lascito non consiste soltanto nella memoria di ciò che è stato, ma nella responsabilità che affida a ciascuno di noi. La responsabilità di difendere la dignità della persona, di non accettare la menzogna come ragione politica e di ricordare che la ricerca della verità non può essere negoziata.
È sbagliato cullarsi nella differenza tra “noi” e i regimi. Dobbiamo far funzionare la nostra democrazia meglio di come stia funzionando, per evitare il rischio di perdersi di deroga in deroga. Quando si deroga alla dignità umana, si è già nel baratro.
Piero Gobetti un secolo fa, Giulio Regeni oggi, assieme ai costruttori della “nostra” Repubblica – come ci ha ricordato ancora una volta il Presidente Mattarella, il 25 giugno in Parlamento – ci chiedono di essere i cantori della libertà per non essere sopraffatti dai movimenti neoreazionari del nostro tempo che di moderno non hanno niente.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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