Non sbaglia chi protesta per la casa e per il lavoro. Sbaglia chi non ascolta le ragioni della protesta e continua a compiere scelte che aggravano i problemi denunciati.
Stipendi inadeguati, affitti inaccessibili, inflazione che erode il potere d’acquisto, crisi aziendali interminabili come quella dell’ex Ilva: sono motivi validissimi per protestare e per farsi “ascoltare”, innanzitutto da chi governa il Paese.
Tutto questo non ha nulla a che vedere con la violenza, inammissibile e inaccettabile, che non appartiene alla tradizione democratica del movimento operaio e sindacale italiano né rappresenta le tante ragazze e i tanti ragazzi che lottano per diritti strettamente collegati: lavorare, studiare e vivere dignitosamente.
Lo ha scritto bene il giornalista Francesco Merlo, nella sua rubrica “Posta e risposta” su la Repubblica di pochi giorni fa: «tutti i vigliacchi incappucciati messi insieme non valgono un operaio dell’Ilva». Una frase che restituisce forza alla differenza tra chi si nasconde dietro un cappuccio per compiere atti di violenza e chi lotta a viso aperto per difendere il proprio lavoro e il futuro della propria famiglia.
I lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano e Novi Ligure hanno “occupato” l’aeroporto di Genova senza danneggiare neanche un portacenere. Una forma di lotta certamente inusuale, che ha creato disagi ai passeggeri, ma nata dall’esasperazione per il massiccio ricorso alla cassa integrazione, a pochi giorni da un incontro in cui con le organizzazioni sindacali erano state concordate decisioni diverse.
Non agire sulle cause significa ignorare i problemi e, in ultima analisi, aggravarli.
I lavoratori che protestano sono persone con famiglie a carico, che non vogliono rassegnarsi a un’attesa interminabile, fatta di incertezza e di reddito decurtato, mentre chi dovrebbe assumersi le proprie responsabilità continua a rinviarle. Molti studenti, a loro volta, sono figli di lavoratori che non riescono a sostenere affitti sempre più lontani dalle loro possibilità.
Dalle proteste emerge dunque una società viva, fatta di persone di tutte le età che non chiedono altro che il diritto a un lavoro dignitoso, a una casa accessibile, alla salute e alla sicurezza sociale.
I diritti allo studio, alla casa e al lavoro accomunano genitori e figli, lavoratori e studenti in un’alleanza intergenerazionale che la buona politica dovrebbe riconoscere e sostenere, invece di affrontare ogni tema separatamente con mezze risposte disarticolate, prive di una visione unitaria.
Le tende degli studenti davanti alle università, le mobilitazioni contro il caro carburanti e il caro bollette, le proteste dei lavoratori sono manifestazioni diverse di una stessa difficoltà: riuscire a studiare, lavorare e vivere senza l’angoscia di non potercela fare.
L’emergenza abitativa e quella del lavoro sono inscindibili
I dati Istat confermano ciò che persone singole e famiglie vivono ogni giorno: la casa è diventata un salasso. A settembre l’inflazione è salita al 4,2%, il livello più alto da tre anni, e le spese per l’abitazione – affitti, bollette, servizi – sono tra le voci che incidono di più sul carovita: oltre il +100% dal 2000 al 2025, con picchi del +119% per i costi di acquisto o di affitto.
I numeri ufficiali descrivono una realtà grave: un milione di nuclei familiari in povertà assoluta vive in affitto, oltre un milione e mezzo di famiglie si trovano in condizioni di grave disagio abitativo, centinaia di migliaia di persone attendono da anni un alloggio popolare. Nel frattempo restano chiuse e sfitte tantissime case popolari: solo in Lombardia più di 10mila.
Tamponare non significa risolvere
Per una parte crescente della popolazione avere una casa è ormai un problema insormontabile, che spesso costringe a tagliare consumi e cure di prima necessità, anche a danno della salute di molti bambini.
Per molte famiglie la casa è diventata un fattore di autentica disperazione. È il risultato di una politica abitativa che, come nel settore sanitario, ha sottovalutato l’intervento pubblico a favore di un mercato privato sempre meno accessibile a chi vive di lavoro e/o di pensione.
Il governo Meloni ha preferito spostare attenzione e risorse a favore del suo target elettorale, dimostrando una strana concezione della Nazione. L’Italia è meno coesa di prima.
Casa e lavoro, stipendi e fisco: parole diverse di un identico problema
Come può un giovane che alterna contratti precari, stage sottopagati e occupazioni temporanee acquistare un’abitazione, sostenere un affitto a prezzi di mercato o pagarsi uno studentato per benestanti?
L’Italia è l’unico Paese Ocse in cui gli stipendi medi sono diminuiti negli ultimi trent’anni. Le cause principali sono l’inflazione, i contratti rinnovati con grave ritardo e la precarietà: su queste si continua a non incidere, o peggio.
A chi in passato ha parlato impropriamente di «pizzo di Stato» occorre ricordare che il vero furto politico lo hanno subito, e continuano a subirlo, tutti i lavoratori dipendenti: è il fiscal drag, che toglie a chi guadagna meno per elargire flat tax di favore a chi guadagna molto di più, in evidente contrasto con il criterio di progressività previsto dalla Costituzione. È uno dei motivi strutturali dell’impoverimento generalizzato dei lavoratori dipendenti.
La casa è diventata un sogno irraggiungibile non soltanto perché costa troppo, ma perché il lavoro è stato svalorizzato, e non solo dal punto di vista economico. Non sentire questa emergenza significa emarginare tante persone e famiglie.
Esiste davvero il diritto allo studio se frequentare l’università dipende dalla possibilità di pagare un affitto insostenibile? Che significato ha un lavoro che neppure a tempo pieno permette di farcela e che costringe un numero crescente di persone a una precarietà retributiva, normativa e contributiva, cioè esistenziale, anche in proiezione futura?
È compito della politica rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di godere dei diritti previsti, che sono anche pari opportunità di vita.
Il diritto allo studio non può dipendere dalla ricchezza della famiglia di provenienza. Il lavoro non può ridursi a una prestazione dalla quale ricavare un reddito insufficiente per vivere decentemente. La casa non può trasformarsi in un privilegio riservato a chi dispone già di un patrimonio.
La democrazia funziona se diritti e doveri, pubblico e privato stanno in equilibrio: i diritti dei cittadini dipendono dal dovere delle istituzioni di rispettarli e farli rispettare. Tutti devono avere la possibilità concreta di scegliere, studiare, lavorare, abitare e costruire una famiglia senza essere oppressi dalla necessità.
Dare risposte non significa promettere miracoli, ma stanziare risorse adeguate e utilizzare strumenti efficaci per fronteggiare il carovita. Non c’entra il pregiudizio nei confronti del governo in carica, quanto piuttosto il giudizio puntuale sulle scelte fatte e su quanto omette di fare.
L’inflazione pesa sui bilanci familiari: per chi vive di lavoro e reddito fisso è sempre più difficile non indebitarsi o non andare in crisi.
Due parole sui giovani e sulla violenza
I giovani non sono tutti uguali né omologabili in un unico giudizio. Tutti, però, hanno bisogno di essere educati dagli adulti, dalle famiglie, dalla scuola e dalle istituzioni preposte.
Per il cardinale Zuppi hanno bisogno di senso, speranza e futuro. Non hanno certamente bisogno di ministri che promettono più carceri, perché non sanno e non vogliono agire sulle cause. Fanno cadere le braccia.
Certo, i ragazzi e le ragazze hanno bisogno anche di essere rimproverati e severamente puniti quando sbagliano, senza per questo dimenticare le responsabilità di quanti non fanno ciò che dovrebbero per aiutarli, o fanno il contrario. Peggio ancora chi li manovra e li strumentalizza.
Don Claudio Burgio, cappellano del “Beccaria”, è stato chiaro dopo le devastazioni di Milano: «tra i ragazzi violenti c’erano italiani di buona famiglia. Ora servono adulti-adulti».
Il vuoto di valori riguarda anche una certa politica che fomenta paura e odio. La scaturigine della violenza è anche questa, per non dire soprattutto questa.
I giovani che lottano contro l’ingiustizia non vanno affatto scoraggiati, anzi. Ma vanno consigliati e, soprattutto, aiutati a comprendere che la violenza è nemica della democrazia e delle sue più grandi conquiste.
Se il lavoro non consente di vivere e la casa diventa irraggiungibile, non è soltanto il futuro dei giovani a essere in pericolo: a rischio è la casa comune della democrazia.
È impossibile raggiungere risultati significativi senza partecipazione, senza spendersi in prima persona. Giovani e anziani possono e devono farlo insieme: casa, lavoro e studio sono un collante straordinario, che può aprire la strada a un futuro migliore.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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