Il lavoro è sempre dignitoso.
Dal più modesto e umile, al più ambito e prestigioso.
Dovrebbe accomunare, non dividere, nei molteplici aspetti che gli conferiscono significato economico e sociale, di appartenenza a una civiltà, di partecipazione alla costruzione del bene comune, nel dare e ricevere.
Quanto più è faticoso e disagiato, tanto più le persone che lo svolgono devono essere rispettate.
La fatica non c’entra niente con il merito?
Una volta esisteva l’indennità di disagio.
Lavorare nei giorni festivi non è la stessa cosa degli altri giorni.
In Italia non esiste solo il problema del salario minimo.
Ma dalla risposta che sarà data a questo problema, interconnesso con altri, si capirà che tipo di svolta potrà esserci nel campo del lavoro e dei redditi, della contrattazione e della partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, prevista dall’art. 46 della Costituzione.
A chi tocca pagare il conto del riequilibrio, a partire del salario minimo?
Se non vogliamo essere ipocriti e conformisti fino ad azzerare la capacità di analisi in funzione dei cambiamenti che servono, il confronto di partenza è tra chi preferisce lasciar fare alle imprese e non ravvisa la necessità di un salario minimo e nemmeno di una contrattazione vera e propria, che non riguarda solo il salario, fisso e variabile, e chi invece ritiene che ad ogni persona che lavora dev’essere garantita una paga oraria minima ed altre tutele e possibilità derivanti da una struttura normativa e relazionale al passo con il nostro tempo.
Il CNEL? Mah.
Così ha deciso il governo per prendere tempo, anche se le dichiarazioni ufficiali della Presidente del Consiglio e della Ministra del Lavoro vanno nella direzione opposta del salario minimo e fanno temere ulteriori rinvii per giungere a misure pasticciate, da gestire elettoralmente in vista delle elezioni europee dell’anno prossimo.
Ma anche nella caldeggiata ipotesi che la maggioranza di governo si convinca dell’impossibilità di eludere la questione salariale, occorre chiedersi chi pagherà il conto e all’interno di quale politica economica e sociale.
La quale non può non includere anche la sanità e la scuola, gli investimenti previsti dal Pnrr, e non solo, alla luce delle modifiche introdotte in corso d’opera.
Sono iniziate le grandi manovre per togliere di qua e mettere di là, a saldo negativo per i lavoratori e i pensionati, a danno delle persone fragili, attraverso il taglio della spesa sociale.
Naturalmente ci si augura di essere smentiti, ma è sempre meglio segnalare il rischio.
Il Segretario Generale della CISL, Luigi Sbarra, con impeccabile chiarezza dice che “adesso tocca ad altri” pagare.
Ma chi sono gli altri?
Dovrebbero essere quelli che si sono messi in tasca soldi che andavano ai giovani, alle donne e agli immigrati che affollano l’universo dei sottopagati e sfruttati.
Se non è chiaro questo punto, si parte col piede sbagliato.
Vuol dire non aver capito nulla della meritoria azione di contrasto allo sfruttamento del tribunale di Milano, la quale fa emergere la punta di un iceberg di notevole consistenza, che ingloba tutta l’acqua sporca che inquina il sistema produttivo, altera la concorrenza, colpisce pesantemente le persone più fragili.
Ci sono quelli che si consolano perché il fenomeno riguarda “una minoranza”, così dimostrando che non siamo messi male solo per il debito pubblico ma anche dal punto di vista civile e culturale.
Sarebbe come non considerare grave la violenza, in tutte le sue manifestazioni, poiché in fondo riguarda una “minoranza” e sicuramente ci sono Paesi messi peggio dell’Italia.
Parliamo comunque di milioni di persone.
Capisco che nel campo del lavoro e delle relazioni è consigliabile un linguaggio più paludato, ma lo sfruttamento in diversa forma e misura, è violenza.
È furto di vita. È da codice penale.
Il fatto che ci siamo abituati e ci conviviamo da tempo non toglie gravità al fenomeno.
Di fronte ad una domanda chiara sul perché già da alcuni decenni non sia stato introdotto il salario minimo in Italia, il Prof. Tito Boeri, rinomato economista ed ex Presidente dell’INPS, con esemplare onestà intellettuale ha risposto quanto segue. “Perché sarebbe un modo per limitare il potere eccessivo dei datori di lavoro nei confronti dei lavoratori più vulnerabili: giovani, donne e immigrati, che spesso non conoscono bene i loro diritti e pensano di non avere opportunità di lavoro alternative”. Aggiungendo, in risposta a quanti sostengono che il salario minimo danneggerebbe la contrattazione: “È vero il contrario. Rafforzerebbe la contrattazione, che oggi mostra falle vistose”. (Corriere della Sera, 18 agosto 2023).
La verità è sotto gli occhi di tutti.
Il salario minimo non è un problema tecnico ma di mera convenienza di una parte rispetto all’altra.
Questa è la ragione della dura opposizione a che venga istituito in Italia.
Il recente rinnovo del CCNL della Vigilanza, sottoscritto da Filcams CGIL Fisascat CISL Uiltucs UIL. con paghe orarie tra i 5 e i 6 euro l’ora fino al 2026, dimostra che serve una svolta anche rispetto alla contrattazione, a partire da una diversa, più matura e consapevole presenza sindacale.
La magistratura fa quello che può.
Non sempre, anzi quasi mai, il Sindacato riesce a utilizzare virtuosamente le sue sentenze e i suoi provvedimenti.
Ci sono 5 lustri di storia politica e sindacale intrecciata che ha stravolto il significato della flessibilità e della cultura riformista in economia.
O si capisce che in Italia significa riequilibrio economico e sociale, con realismo e gradualismo, oppure attorno a questa definizione si continua ad equivocare.
Riequilibrio anche all’interno delle imprese, con rilancio della Partecipazione dei lavoratori, la quale non è riducibile alla distribuzione degli utili, cosa di cui hanno comunque diritto.
Non si può essere neutrali di fronte a chi paga le tasse e a chi non le paga.
A imprese che versano regolarmente i contributi sociali e altre che non lo fanno.
Non si può essere neutrali di fronte alle vittime e a coloro che ne approfittano.
Il salario minimo lo devono pagare questi, non la collettività attraverso la strategia della confusione e del mantra del taglio del cuneo ora fiscale ora contributivo, senza specificare perché e a vantaggio di chi.
La spesa sociale dipende certamente dal tasso di sviluppo, ma anche e soprattutto dalle tasse che si pagano e dal fatto che tutti le paghino nella misura prevista dalla legge.
Dal versamento dei contributi sociali per tutte le ore e le giornate lavorate.
I diritti (di chi) e i doveri (di chi) sono due facce della stessa medaglia.
Chi fa confusione su questo, imbroglia i lavoratori.
G.G.
