Riguarda la qualità della democrazia. L’equilibrio, sia pure imperfetto, tra impresa e lavoratori, capitale e lavoro umano.
La genesi di una storia di lotte e di conquiste, tra le quali spicca la libertà sindacale e il diritto di scioperare. Ovvero di difendersi dalla “naturale” tendenza delle imprese e degli imprenditori al contenimento delle retribuzioni per massimizzare il profitto.
Ergo, quanto meno si pagano e costano i lavoratori, tanto più guadagnano gli amministratori e i manager, i fondi di investimento e gli azionisti.
Lo sciopero è un mezzo, una possibilità, non è il fine dell’azione sindacale.
Il diritto di protestare, manifestare e scioperare, mantiene la sua importanza in tutto il mondo anche nel tempo della globalizzazione, della robotizzazione e dell’intelligenza artificiale.
Che altro possono fare le lavoratrici e i lavoratori in tutto il mondo per migliorare o non peggiorare le proprie condizioni di vita e di lavoro?
Che altro possono fare in Italia, dove ci sono le retribuzioni più basse tra i paesi più industrializzati e ci si accanisce contro il salario minimo?
Il che, rendiamocene conto, permette di sfruttare letteralmente i lavoratori alla luce del sole con paghe orarie tanto “immorali e incivili” quanto altamente morale e civile è scioperare per abbattere la resistenza di chi si oppone con argomenti costruiti ad hoc.
Impossibile, spiace dirlo, non considerare sporco il gioco politico dell’ulteriore rinvio di 6 mesi architettato dal governo, solo per accontentare la clientela politica alla quale fa comodo la concorrenza al ribasso sulla pelle delle persone più fragili, tra le quali moltissime donne e giovani.
Prima il CNEL, ora questo palese tentativo di affossamento, il quale costituisce una autentica vergogna, che da sola giustificherebbe lo sciopero generale, anziché subire la beffa offensiva dei politici che si schierano contro il salario minimo al posto del quale ci sarebbe un “salario ricco“.
Giocano con le parole, offendono persino il buonsenso.
L'”Adesso Basta!” di CGIL e UIL è appropriato al momento e alla situazione.
In rappresentanza e per conto dei lavoratori e dei pensionati che faticano più di prima e che, a maggior ragione, non possono accettare che il governo scenda a patti con gli evasori, faccia sparire la tassa sugli esorbitanti extraprofitti delle banche dopo averla spavaldamente sbandierata, non muova un dito per favorire i rinnovi dei Contratti Nazionali di Categoria e non adegui le pensioni al carovita.
Un governo che gioca con la comunicazione facendo passare per aumento salariale il taglio del cuneo fiscale già in essere e prorogato per un solo anno.
Che taglia la quota percentuale di Pil destinata alla sanità pubblica che continua a indebolirsi a favore di quella privata.
Che non fa nulla per la futura pensione dei giovani.
Che non si pone nemmeno il problema del precariato che anzi viene incoraggiato e per effetto del quale molti giovani, a proposito di Patria, “espatriano”.
La scuola ha un ministro che, prima di parlare di problemi più grandi della sua modesta e arretrata “cultura” pedagogica, dovrebbe fare un corso di aggiornamento con maestri in grado di fargli capire che scuola e repressione sono agli antipodi.
Senza contare la vera e propria avventura dell’autonomia differenziata e del cosiddetto premierato che interessano e preoccupano i lavoratori, in quanto cittadini di uno Stato unitario che avrebbe bisogno di essere rimesso in equilibrio dal punto di vista economico e sociale, anziché spezzettato e cambiato in peggio con un vero e proprio voto di scambio che puzza di potere.
Lo sa, il leghista Salvini, che tantissime persone non fanno sciopero solo perché non ce la fanno a rinunciare a un a giornata di retribuzione?
Che tante lavoratrici e lavoratori precari non lo fanno per timore di ritorsioni?
Che i partecipanti pagano di persona e con sacrifici connessi a idee e ideali di umana solidarietà che non tramontano mai?
Ogni persona presente a Piazza del popolo il 17 novembre e nelle diverse manifestazioni territoriali ne rappresentava migliaia perché il sindacalismo confederale è inclusivo e generalista per sua natura.
Altro che sciopero di una “esigua minoranza”.
E se anche fosse, per circostanza da contestualizzare, la storia insegna che all’origine delle più grandi conquiste c’è sempre una minoranza che sa interpretare bisogni profondi e diffusi che riguardano la stragrande maggioranza delle persone e delle famiglie.
Così è stato per tutti i diritti politici sociali e civili di cui oggi godiamo.
Così è nell’orizzonte di senso che accompagna il vero sindacalismo di scopo.
Difendere il diritto di sciopero esercitandolo concretamente nella situazione data significa difendere e sviluppare concretamente la democrazia che incide sulla vita materiale e immateriale delle persone, come è scritta e concepita dalla Costituzione.
Il pane è amaro senza la libertà.
La libertà è vuota se non libera dal bisogno e dalla sudditanza.
Lo sciopero è un diritto di libertà “insindacabile” dal potere economico e politico responsabile delle misure che si contestano, delle richieste sindacali respinte.
Basta con la strumentale contrapposizione tra sindacato di lotta o di partecipazione, come se questa fosse concretamente disponibile e non espressamente negata proprio dalla parte politica e imprenditoriale che la vede come il fumo negli occhi o la concepisce come adesione al modello di sviluppo esistente.
La patria scollegata dai diritti uguali e dalla vita delle persone è un gigantesco inganno.
Essa non è una entità meramente geografica, territoriale e linguistica, ma un insieme di valori sui quali ci si riconosce e sui quali si basa la convivenza incentrata sulla dignità della persona.
Non può essere scollegata dalla Costituzione: quella che esiste.
Occorre essere consapevoli che con lo sciopero “generale” di venerdì 17 novembre si è aperta una nuova stagione di lotte sindacali che nessuno sa come e quando si concluderà.
Bisogna stare attenti a non stancarsi e non stancare.
Porsi sempre l’obiettivo delle alleanze e delle convergenze in funzione dei risultati.
Occorre fare di tutto per ricostruire i rapporti unitari tra CGIL CISL UIL e possibilmente allargarli a quella parte ormai vasta di “sindacalismo autonomo” che si riconosce nella Costituzione ed è disponibile a combattere la pirateria contrattuale, anche in vista di una legge sulla rappresentanza che attui correttamente gli articoli 36, 39 e 46 della Costituzione.
Cosa è successo di così irreparabile nei confronti della CISL?
Il suo Manifesto: “Per un un lavoro a misura della persona” a me sembra interessante.
A misura della persona… e quindi?
Landini e Bombardieri hanno fatto bene a respingere le provocazioni dello sciagurato ministro dei trasporti, benché sia strano e preoccupante che la Commissione di garanzia -autorità formalmente indipendente a tutela del diritto allo sciopero e dei diritti costituzionali della persona-, abbia deciso in conformarsi alla volontà espressa in anticipo da Salvini.
Non rispettare nemmeno la forma equivale a calpestare la sostanza, come ci ricorda il “piccolo padre” dell’Italia democratica, Pietro Calamandrei.
Insomma, vogliono cambiare tutto ma… in peggio.
Abbassano la testa alle grandi banche, scendono a patti con gli evasori, affossano il salario minimo, non rivalutano le pensioni al costo della vita, non fanno nulla per rinnovare i CCNL, anzi “suggeriscono” alle associazioni imprenditoriali di utilizzare la conferma temporale del cosiddetto cuneo fiscale per il 2024 per giustificare il rifiuto di riconoscere aumenti retributivi in linea con il carovita e per recuperare rispetto agli altri Paesi europei.
Dire Adesso basta è una buona cosa, seppure tra il dire e il fare c’è il come ci si è arrivati e come si proseguirà in relazione alle risposte del governo che arriveranno o non arriveranno, ma anche alla contrattazione.
Alla UIL auguro sinceramente di farcela a superare questa prova difficile che costituisce anche un’occasione di reale rinnovamento.
Non di facciata e riducibile a battute e slogan. Spero e coltivo ancora la speranza di contribuire, in un modo o nell’altro, a sviluppare questo processo.
Per adesso siamo ancora ancora nei Tribunali: il 15 novembre a Milano, il 6 dicembre a Roma, a seguire ci ritroveremo di fronte ai giudici della “sezione civile” per contestare il cosiddetto “congresso straordinario della UILTuCS Lombardia” del 16 ottobre nel quale se la sono suonata e se la sono cantata da soli come giammai dovrebbe avvenire in democrazia, in casa sindacale.
Un esempio classico di negazione all’interno di ciò che si rivendica all’esterno.
Peccato, ma si può sempre rimediare.
Fare pace richiede più coraggio che scatenare e rimanere in guerra.
Ne avete/abbiamo abbastanza?
G.G.
