Un anno dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della “Russia di Putin” c’è di che riflettere sul senso o il nonsenso della guerra che da millenni accompagna l’umanità.
Rappresenta il suo fallimento e la conferma che il progresso è un concetto fittizio del tutto contraddittorio?
Penso che noi europei il passo decisivo a favore della pace, contro la guerra, lo abbiamo fatto e rispettato, facendolo diventare patrimonio culturale e politico irreversibile.
Lo abbiamo fatto dopo la seconda guerra mondiale e l’immane tragedia dell’Olocausto provocata dal nazifascismo tramutata in benefica catarsi (purificazione dell’anima), con il solo uso della ragione incentrato sul valore della persona.
E lo abbiamo fatto anche mediante l’adesione alla Carta delle Nazioni Unite che proibisce l’uso della forza nella definizione delle controversie.
Il progresso nella convivenza pacifica, quindi, è reale, non solo formale.
Per questa non secondaria ragione osiamo dire che lottare come possiamo a sostegno dell’Ucraina significa farlo per noi stessi, per “riconquistare” la pace.
Obiettivo più facile da enunciare che da raggiungere quando la controparte (in termini politici di questo si tratta) è rappresentata da un dittatore “falso, ambizioso e vile” nei confronti dei suoi stessi connazionali, come ha messo in evidenza la giovane giornalista russa Elena Kostyuchenko.


Nulla di intentato per riconquistare la pace, da parte di una Unione Europea non passivamente al traino degli Stati Uniti.
Tutto ciò che rientra nelle nostre possibilità va fatto per sostenere l’Ucraina, senza favorire l’escalation che allontanerebbe anziché avvicinare la pace.
La violenza è il peggiore dei mali.
La guerra è violenza organizzata al massimo grado.
Bisogna fermare chi l’ha scatenata e incidere sulle condizioni che la favoriscono a livello sovranazionale.
Anche per questa ragione dedico Pensieri e riflessioni di questa settimana a tutte le vittime della violenza.
La quale, come tutti sanno, è sia fisica che psicologica.
La violenza fisica è immediatamente riscontrabile.
La violenza psicologica è la forma più subdola e sottile di violenza e sopraffazione dell’individuo che, in democrazia e nelle società aperte fondate sui diritti di cittadinanza e sulla centralità della persona, non dovrebbe esistere.
Non dovrebbe: ma esiste.
Anche in mondi e ambienti che istituzionalmente e culturalmente la combattono.
L’”umano” riassume tutto, anche le contraddizioni.
Anche il potere e il come lo si esercita, che talvolta diventa strapotere, dominio e sopraffazione.
Perché ne parlo?
Perché per me questo problema esiste, è una piaga da curare presente nella nostra società malata, come le donne, in particolare, sanno.
Noi, difensori dei diritti delle persone più deboli e fragili, dobbiamo sempre ricordarci che la prima protezione dei cittadini deriva dalla Costituzione e dalla legge.
Nessuno può ergersi al di sopra.
Ricordarci che questi riferimenti, valoriali e al contempo molto concreti, valgono anche al nostro interno.
Assuefazione e indifferenza sono nemici dell’etica della responsabilità e della solidarietà che costituiscono i valori fondanti della Costituzione e della vita.
La UIL è sempre stata una organizzazione sindacale “vivace”, mai monocorde, conformista, acquiescente, tanto all’esterno che al suo interno.
È nata (nel 1950) e si è sviluppata in minoranza attraverso le idee e la pratica controcorrente della libertà, della cultura laica e democratica, inconciliabile con le ideologie e il pensiero unico.
Ideologie e pensiero unico che non prevedono il pluralismo e la libertà di esprimere il proprio pensiero, chiaramente garantita dall’artico 21 della Costituzione, che non bisogna mai stancarsi di richiamare e fare proprio: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Vale sempre, vale per tutti.
Vale anche al nostro interno.
Quando le persone diventano massa e ascoltatori -nel migliore dei casi esecutori di ordini-, come avviene nei (e con i) partiti personali che hanno rovinato la politica, finisce la libertà e può succedere di tutto.
Non va bene.
Siamo figli di una cultura ricca di pensiero e di senso del lavoro che esclude il potere soverchiante del datore di lavoro (e di chi lo rappresenta) sui lavoratori, sulle persone.
Lo strapotere non va mai bene. Nelle mani di nessuno.
Secondo Il teologo e scrittore editorialista, Vito Mancuso, “gli esseri umani sono cercatori di senso”.
Il senso è anche quello che noi decidiamo di dare alla nostra vita, al nostro importante lavoro.
Una organizzazione di scopo qual è il Sindacato, di cui la UIL è parte importante, ne ha bisogno.
Altrimenti rischia di perdere l’equilibrio tra il suo essere strumento collettivo di orientamento e direzione e gli obiettivi funzionali allo scopo, impossibili da perseguire se i gruppi dirigenti non interagiscono in maniera coordinata e coerente in tutte le sedi e in primo luogo nella contrattazione.
Con un approccio diverso da quello tradizionale che insegue affannosamente la frammentazione voluta dal mondo imprenditoriale e funzionale ai suoi obiettivi; che non anticipa e non si pone nell’ottica della contrattazione inclusiva di cui c’è bisogno, soprattutto nei confronti delle grandi imprese. Certo che abbiamo bisogno di leader e di leadership.
Eccome se ce n’è bisogno.
Ma non in alternativa a un pensiero forte, nuovo e profondo di cui si devono appropriare i gruppi dirigenti, gli apparati, il corpo vivo delle delegate e dei delegati, senza il contributo attivo dei quali il Sindacato si impoverisce di rappresentanza reale, prospettiva e funzione.
Questo salto di qualità, checché se ne dica, non è stato fatto, nonostante oggi vi siano le premesse strutturali generali, rappresentate dall’interdipendenza evidente tra l’economia, l’ambientale e il sociale, il globale e il locale, il nazionale e il sovranazionale, il contrattuale e il livello politico che implica la collaborazione coerente tra confederazioni e categorie.
E naturalmente implica l’approccio unitario, senza il quale, volenti o nolenti, diventiamo parte della complessità che rende difficile dare risposte adeguate ai problemi delle persone.
Non è chiedendo e rivendicando “il giusto” che ci salviamo l’anima.
L’ultimo sciopero generale del 16 dicembre 2022 non è stato un successo e forse non ci abbiamo riflettuto abbastanza (bene).
La parola ecologia va riscoperta e meglio valorizzata non soltanto in funzione dell’Ambiente, ma anche della nostra anima e dei nostri pensieri.
Per dare luce, senso e direzione al nostro cammino.
Anche nell’amarezza e nei momenti di grande difficoltà.

G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *