Sgarbi e Santanchè godono di una particolare protezione politica, di partito e di governo, che va oltre la corretta interpretazione del garantismo giudiziario nella vita pubblica.
Figlia dell’arroganza del potere che caratterizza questo governo, per il quale è prassi adottare due pesi e due misure, a seconda che ci si trovi di fronte ad amici o avversari considerati nemici, potenti o deboli, ricchi o poveri.
Due pesi e due misure, come si evince dalle scelte del governo nei confronti dei lavoratori dipendenti, ai quali (evidentemente non considerati né forti, nè ricchi e nemmeno amici) nega scandalosamente gli interventi più necessari: il salario minimo, la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, un sistema fiscale equo e progressivo come lo prevede la costituzione, una sanità pubblica adeguatamente finanziata, stipendi e pensioni quanto meno al passo con l’inflazione.
In democrazia si governa, non si comanda, ma evidentemente il governo Meloni persegue obiettivi che fuoriescono dal consolidato costituzionalismo dei pesi e contrappesi.
Il suo stile di governo si ispira alla Costituzione che non c’è, non a quella che c’è e sulla quale i ministri e la Presidente del consiglio hanno giurato.
Una pesante incognita per il nostro immediato futuro, per i nostri diritti di cittadinanza messi a rischio da culture politiche e alleanze che in Europa tentano di capovolgere la storia e farci tornare indietro.
Archiviate le feste ravvicinate e cariche di significato della Liberazione e dei Lavoratori del 25 Aprile e del Primo Maggio, ci ritroviamo nel pieno di una brutta campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo: rappresentazione plastica del come si tradiscono gli ideali e la progettualità intimamente connessi alle precitate celebrazioni.
È nostro diritto-dovere lottare per riaffermare che il lavoro e i lavoratori sono a fondamento della Repubblica democratica e che la libertà dal bisogno è un diritto che conferisce dignità alla persona al quale non si può e non si deve rinunciare, sull’altare di un malinteso realismo che genera abissali ingiustizie.
Ormai è chiaro che in Italia e in Europa si fronteggiano, purtroppo anche confusamente e contraddittoriamente, schieramenti con visioni e progettualità politiche contrapposte.
Da un lato, la difesa e lo sviluppo della democrazia, alla luce dei cambiamenti epocali, che richiedono assunzione di responsabilità e sviluppo economico socialmente sostenibile; dall’altro, chi ripropone nazionalismi antistorici e illiberali che ci fanno tornare pericolosamente indietro.
Dal punto di vista della democrazia, dei diritti personali e sociali, delle condizioni di vita e di lavoro e quindi anche sindacale.
Non è poca cosa e dobbiamo esserne consapevoli.
In mezzo purtroppo c’è indifferenza, stanchezza e disincanto, furbizia, opportunismi e personalismi di cui la buona politica non ha certo bisogno.
Il governo dovrebbe dare l’esempio e dirci chiaramente con quali obiettivi intende relazionarsi con l’Europa, invece punta a confondere, ingannare e dividere con spot e promesse al solo fine di portare acqua al mulino dei suoi interessi particolari.
In questa ottica va considerata la decisione di Meloni di candidarsi, da Presidente del Consiglio, per il suo partito, nel momento in cui avrebbe il dovere istituzionale di rappresentare l’Italia e gli interessi di tutti i cittadini italiani all’interno dell’Unione europea.
Sarà pure lecito, ma non è politicamente onesto approfittare di un ruolo di rappresentanza generale per fare campagna elettorale di partito, praticamente contro gran parte dei cittadini che la pensano diversamente.
È lei che si mette contro di noi. Anche a livello sindacale.
Noi chi?
Il divide et impera fa parte del suo armamentario vetero-politico, chi la asseconda facendola apparire disponibile nei confronti dei lavoratori si assume una pesante responsabilità, per la semplice ragione che non è così.
Inutile negare che, con il massimo rispetto, sto pensando al Segretario Generale della CISL Luigi Sbarra, il quale, a mio parere, nel migliore dei casi sottovaluta le misure e gli orientamenti che vanno in direzione contraria alle piattaforme unitariamente condivise per stroncare, una volta per tutte, il precariato di mera convenienza che non ha nulla a che vedere con la flessibilità di cui hanno bisogno le imprese per funzionare.
E all’insieme della politica economica e sociale e finanche sui diritti civili e politici delle persone, visto che parla sempre, di tutto e su tutto, ma non spende mai una parola sulle violenze e i soprusi nei confronti dei minori, dei carcerati e degli immigrati “rinchiusi” nei cosiddetti CPR che in realtà sono carceri annichilenti all’ennesima potenza, ovvero disumani, dove non esiste il crocifisso ma esistono i “crocifissi”.
È una puerile semplificazione attribuire meriti e demeriti a questo governo con il criterio del calendario; i risultati positivi e negativi, in tutti i campi, vengono anche e soprattutto da quello che si è fatto prima, ma non ci sono dubbi sul fatto che ha peggiorato e sta peggiorando la vita delle persone e della stragrande maggioranza delle famiglie.
Non ci siamo per nulla sulle cose essenziali, men che meno nel campo del lavoro, dove si esaltano alcuni dati e aspetti relativi ai livelli occupazionali, ma si sottovaluta la tendenza di fondo di un modo di fare impresa, di lavorare e di “creare” posti di lavoro che spesso generano più sofferenza che benessere.
Altro che disponibilità.
La competizione sindacale, a maggior ragione in questo scenario, nuoce ai lavoratori, non c’entra nulla con l’identità che ciascuna organizzazione rivendica per sé, né con la democrazia e il pluralismo delle idee e delle sensibilità di cui c’é sempre bisogno. Ogni Confederazione consapevole del proprio ruolo sa di essere strumento e non fine.
Da dove viene la pirateria contrattuale se non dal capovolgimento tra i mezzi e il fine che colpisce duramente tantissime/i lavoratrici e lavoratori sottopagati e non adeguatamente tutelati, di cui beneficiano imprenditori spregiudicati con la connivenza di “sigle sindacali” che si prestano?
I contrasti non ricomposti tra CGIL CISL UIL indeboliscono il sindacalismo confederale nel suo insieme, sia nei confronti del governo che delle grandi imprese e delle Associazioni imprenditoriali.
Non va bene esasperare le identitá, reali o immaginarie che siano. 
La concorrenza sindacale al ribasso praticata dalle associazioni delle imprese che puntano a fare proselitismo promettendo contratti di lavoro che costano meno, favorisce lo squilibrio economico e sociale del Paese, la frammentazione disordinata e iniqua del sistema produttivo e del mercato del lavoro. É irresponsabilitá sociale bell’e buona. 
Non è quindi per moralismo o nostalgia di un passato romantico che ci si deve richiamare all’unità dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali che li rappresentano.
La storia è un susseguirsi continuo di costanti e variabili, generatrici di equilibri e squilibri che, in ultima analisi, riguardano la dimensione umana del lavoro: premessa e scopo del nostro dovere stare insieme.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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