Sperare in un futuro migliore, oggi, è un atto di consapevole coraggio che si sposa perfettamente con il giubileo della speranza indetto da Papa Francesco per invocare la “religione universale della pace”.
Soprattutto per le persone che hanno bisogno di lavoro buono e ragionevolmente stabile, a fronte di una situazione economica deteriorata e una Legge di bilancio che non dà risposte incoraggianti.
La razionale lettura della situazione nella quale l’Italia si trova, nel contesto europeo e internazionale, non va nella direzione dello sviluppo economico e sociale di cui c’è bisogno.
Non siamo di fronte alla crisi isolata di un settore, è il modello di sviluppo che va sostanzialmente corretto. L’utile d’impresa, le retribuzioni dei lavoratori, le ricadute sullo stato sociale attraverso le imposte che lo sorreggono, il risanamento ambientale come bene comune, i diritti e i doveri che devono comprendere la partecipazione dei lavoratori e la democrazia economica che ne discende, vanno messi in equilibrio.
Per i giovani che non si sentono valorizzati ma solo “utilizzati”. Per le donne che non usufruiscono delle stesse opportunità degli uomini nel rispetto della differenza di genere che implica una specifica tutela e invece viene annegata in format organizzativi aziendali, che concepiscono la flessibilità solo a senso unico.
L’utilizzo distorto del lavoro a tempo parziale è diventato fattore di rigidità aziendale, a scapito soprattutto delle donne, perfino nella grande distribuzione che si autodefinisce moderna. Nato per conciliare vita e lavoro si è via via trasformato in uno strumento di gestione unilaterale del personale che spesso produce l’effetto contrario.
Cadono le braccia nel sentire come certi manager e supposti esperti rifiutino la chiusura delle attività commerciali anche solo per 6 giorni festivi l’anno, di cui si è parlato nei giorni scorsi, mediante comparazioni improprie con altri settori produttivi che rivelano pressapochismo e/o malafede.
Purtroppo è un lascito non facilmente “emendabile” del buon Mario Monti che, con il Decreto Salva Italia del 2012, volle adottare la soluzione estrema della totale liberalizzazione per “stimolare la crescita economica in un Paese in crisi”. Ha favorito solo lo sviluppo del lavoro precario, con tanti part-time involontari, orari e turni di lavoro problematici e talvolta infelici. I negozi aperti il giorno di Natale, in Via Monte Napoleone e nelle vie principali delle città italiane, denotano mancanza di rispetto verso le lavoratrici e i lavoratori interessati. Siamo lontani dalla cultura del servizio e dei servizi, che implica scambio ed equilibrio tra i vari settori in un’ottica di sociale e civile convivenza. Siamo diventati più consumatori che cittadini, questo è il risultato.
Oggi i posti di lavoro a rischio sono tanti, sia per il perdurante e preoccupante calo della produzione industriale e della filiera dell’auto in particolare, sia per effetto della cosiddetta intelligenza artificiale che ne divora più di quanti ne crea.
L’ultimo importante esempio riguarda la Banca Popolare di Milano, la quale, per accordo sindacale unitariamente sottoscritto, al fine di evitare danni occupazionali maggiori, ha deciso di “prepensionare” 1500 dipendenti e di assumerne solo 550, in un rapporto secco di 1 a 2 e costo del lavoro nettamente inferiore. C’è di che riflettere.
Siamo di fronte a una tendenza inarrestabile che, a maggior ragione, richiede un ruolo appropriato della politica, a livello sia nazionale che europeo, ma anche (e soprattutto per il sindacato) un salto di qualità della contrattazione sindacale, affinché il progresso tecnologico entri a pieno titolo nel circuito democratico e si tramuti in maggior benessere collettivo.
Oggi non è così e, se non si interviene tempestivamente, si rischia un cambio generazionale a saldo negativo per i lavoratori, sia dal punto di vista dei diritti che dell’ulteriore impoverimento salariale.
Serve più sindacato e più democrazia sindacale. Servono sindacalisti formati e motivati, in grado di interagire con i cambiamenti in atto, senza subirli. Le radici, la memoria e lo scopo, sono la bussola. Non è facile, ma è necessario.
Il corrispettivo sociale dell’intelligenza artificiale non può non essere la riduzione dell’orario di lavoro settimanale a parità di retribuzione e della settimana corta da applicare settore per settore.
Altrimenti si continuerà a valutare il lavoro solo in relazione al numero di persone occupate nel corso dell’anno, a prescindere che siano a tempo pieno o parziale, stabili o “stagionali”, come prevede il collegato lavoro confezionato dalla ministra Calderone a misura delle imprese che preferiscono gestire lavoratori “dipendenti” sostanzialmente non tutelati, in totale disaccordo con le organizzazioni sindacali non subalterne al governo.
Il coraggio della speranza deriva dalla incrollabile volontà di continuare a credere nella società inclusiva anche nelle situazioni più avverse, come quella che caratterizza la fase storica che stiamo vivendo, di cui le guerra e le sottostanti spese militari sono l’espressione più evidenti.
Crisi economica, climatica e politica. Sfiducia e diffidenza generalizzate. Anacronistiche crociate e “inaudite” ingerenze internazionali che favoriscono la cultura accecante dello schieramento, alternativa a quella aggregante della coesione sociale attorno al lavoro, la sanità e la scuola.
Buon Natale nel segno della speranza. Una parola apparentemente generica, senza la quale è impossibile vivere e che, nella dimensione sociale, richiede impegno, partecipazione, empatia e “fede laica” nel credere realizzabile ciò che appare irraggiungibile, come la storia insegna. Capire cosa è successo prima per comprendere meglio cosa fare dopo è semplice saggezza. È memoria viva che orienta.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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