Tutte le vite contano” è un principio condivisibile solo se trasformato in realtà. Contano quando, a ogni persona, vengono riconosciuti diritti, tutele, dignità. Contano quando la cittadinanza non è un concetto astratto, ma un insieme di condizioni che permettono di vivere, lavorare e progettare la propria vita.
Solo in questo caso avrà senso compiuto il principio generale di uguaglianza effettiva, all’interno del quale c’è quello di genere, di straordinaria importanza civile e culturale.
Basta guardare il trattamento sanitario, il destino previdenziale di chi attraversa carriere piene di involontaria disoccupazione, il lavoro irregolare e povero, le diseguaglianze fiscali. Diritti e doveri non sono ugualmente distribuiti.
Una cosa è certa: Il benessere presente e futuro delle persone dipende in larga misura dal lavoro.
Impossibile negare che l’Italia, da questo punto di vista, sia un Paese con una ottima Costituzione e degli equilibri socio economici che non corrispondono al suo dettato.
Il benessere psicofisico delle lavoratrici e dei lavoratori non è una categoria dello spirito: esso dipende dal contratto e dall’ambiente di lavoro, da una retribuzione adeguata, dal sentirsi partecipi e valorizzati, sia umanamente che professionalmente.
Cittadini di uno Stato che si prende cura di tutti, dalla nascita al “fine vita”. Perché ci siamo ridotti a considerare utopico questo obiettivo?
Eppure dovrebbe essere normale per un Paese fondatore del G7 composto dalle principali economie industrializzate del mondo, assieme a Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti.
Il lavoro è diventato un problema sia quando c’è che quando non c’è. Sia quando non lo trova chi lo cerca, che quando l’impresa fatica ad assumere e tenere personale alle sue condizioni.
Gli stipendi reali sono stati falcidiati dall’inflazione, a vantaggio netto di una parte sociale sull’altra, ma ciò nonostante, si continua a inventare cause e rimedi astrusi che scaricano sul “sindacato” le responsabilità delle imprese e del governo.
In attesa di mitiche riforme -chissà quando e da chi condivise- che rischiano di costituire l’alibi perfetto per giustificare la regressione salariale e con essa la svalorizzazione complessiva del lavoro, tante persone sono costrette ad accettare lavori che non permettono di vivere pienamente.
Vite faticose, spesso coraggiose e virtuose nella cura di genitori e figli, nella gelida assenza delle istituzioni e nell’indifferenza di imprese che chiedono flessibilità a senso unico.
Il mercato del lavoro, oggi, in Italia, soffre di questa malattia invasiva ma tutt’altro che incurabile. Si è commercializzato l’umano. Non si capisce più cosa si intende quando si parla di formazione.
Siamo arrivati a un livello molto pericoloso di erosione dei diritti dei lavoratori conquistati in passato, che rischia di essere normalizzato anche dal punto di vista culturale. Non ci si può assuefare a una simile realtà.
Altro che tutele crescenti inventate da professori universitari che spesso sono anche consulenti d’impresa e di “associazioni di categoria”.
Ogni giorno escono dal mercato del lavoro persone con diritti, lavoro e retribuzioni dignitose e ne entrano altre a tempo parziale e/o determinato in condizioni diverse e nettamente peggiorative, per effetto di un ricambio generazionale a somma positiva solo per le imprese che, senza colpo ferire, lucrano la cospicua differenza.
Un danno di portata storica che spezza la memoria del lavoro e di quanto essa implica in termini di progettualità, a favore di una società-mercato con regole blande e facilmente aggirabili che produce squilibri e ingiustizie insensate.
Una malattia che certo viene da lontano ma negli ultimi anni è stata acquisita come parte strutturale del sistema, anche dalle grandi imprese, con la complicità della peggiore politica.
Se la vita delle persone conta poco nel lavoro prevale il darwinismo culturale e sociale che punta sulla competizione selettiva delle persone al costo più basso possibile e discriminazioni a cascata in nome di immaginari meriti e demeriti. Assurdo. Da controriforma del lavoro fuori dal tempo che costringe ad arretrare anziché progredire.
La tesi secondo la quale si è ricchi o poveri per merito o demerito è risibile e nel contempo inquietante. Serve solo a giustificare il parassitismo finanziario, il liberismo economico più asociale che a sua volta genera divari disumani.
Economisti che accreditano la tesi secondo la quale la questione salariale e il lavoro povero derivano da formule e non dal rifiuto di distribuire con equilibrio la ricchezza prodotta.
Invece c’è chi (il direttore? L’autore dell’articolo?) titola su IL FOGLIO l’articolo del 26/11/2025, a firma di Marco Leonardi, “Ritardi del sindacato”.
Nel quale si afferma che “Il guaio dei salari non dipende dalla produttività ma dai tempi della contrattazione integrativa”, come se questi a loro volta non dipendessero dalla convenienza sfruttata con cinica irresponsabilità dalle organizzazioni imprenditoriali, col silenzio assenso del governo.
Dopo averci bombardato per anni con la storia della bassa produttività che non consentiva di aumentare gli stipendi, oggi ci vengono a dire che “Il guaio dei salari non dipende dalla produttività ma dai tempi della contrattazione collettiva” attribuendone la responsabilità alle organizzazioni sindacali.
Ci vuole una bel coraggio per girare la frittata fino a questo punto.
Che fare? È il problema di sempre, quello della responsabilità e della coscienza che rifiutano lo status quo. Del sentirsi nani sulle spalle di giganti anziché perdersi in polemiche senza sbocco che fanno il gioco di chi non sa concepire altro che il divide et impera.
La trappola più sperimentata della storia nella quale cadono coloro che interpretano malamente la propria identità. Grande tema, che solo sui contenuti e nell’incontro con i compagni di strada, finalizzato al rafforzamento della rappresentanza e tutela effettiva degli interessi dei lavoratori, trova il terreno per tramutarsi in risultati concreti.
Ne L’arte di amare Erich Fromm, pensatore tedesco di altissimo livello, autore del celebre saggio “Avere o essere?”, dice che “L’atto di disobbedienza, in quanto atto di libertà, è l’inizio della ragione”.
Ciascuno usi i termini più aderenti al proprio pensiero: contestazione, protesta, rifiuto, rivolta, contrasto. Le parole pesano, ma in ultima analisi si tratta di assecondare lo status quo o di fare tutto il possibile, concretamente, per dare all’economia e al lavoro lo scopo di cui l’umano ha bisogno. Alla luce della matura consapevolezza che, per via di un modello di sviluppo centrato su produzioni e consumi sbagliati, non si rafforza ma si distrugge la nostra civiltà.
La memoria ostinata del lavoro non può accettare che si dimentichi quanto è costato diventare cittadini, lavoratori e lavoratrici con diritti e dignità non più negoziabili.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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